Arrivati al primo piano Charlie e Constance si fermarono e guardarono nuovamente l’atrio. Alcune luci fioche brillavano, gli alberi e le piante in fiore sembravano quelli del giardino dell’Eden, mentre i fari azzurrini della piscina producevano un leggero luccichio sulla superficie dell’acqua. La cascata sollevava uno spruzzo scintillante ed emetteva bagliori con un flusso in eterno movimento. Milton comparve e svanì nel buio dietro alla piscina. Un istante dopo le luci della piscina si spensero. Milton ricomparve, si guardò attorno e uscì dall’atrio. Alcune deboli luci rimasero accese qua e là, l’oscurità aumentò e la stanza assunse una nuova dimensione, sembrò espandersi e diventare quello che loro chiamavano giardino. Charlie emise un leggero rumore gutturale, prese il braccio di Constance e andarono nella loro stanza.

Constance si tolse le scarpe con un calcio mentre Charlie aggiungeva gli ultimi fogli a quelli già impilati sulla scrivania. Guardò il mucchio di carta e aggrottò le sopracciglia.

«Charlie?»

«Uhm?»

«Perché qualcuno dovrebbe darsi la pena di rubare una serie di copie cianografiche dal momento che ce ne sono molte altre in giro?»

«Non lo so.»

«Non per le impronte digitali. Chiunque potrebbe averle prese in mano. Forse c’è una macchia di sangue o qualcosa del genere?»

«Non c’è stato spargimento di sangue» disse con un’aria cupa. Prese una sedia, attraversò la stanza, la incastrò sotto la maniglia della porta, fece un passo indietro e la guardò con aria insoddisfatta. «Lo sai cosa non sopporto? Le stanze d’albergo senza chiavi alla porta.»

«A me non piace Smart House» disse Constance. Si avvicinò alla porta scorrevole del balcone e si assicurò che fosse bloccata. Non era possibile chiuderla a chiave, ma sapeva che se qualcuno avesse cercato di forzare la serratura a scatto nell’anomalo silenzio di quella casa lei e Charlie lo avrebbero sentito. L’edificio era talmente massiccio che non si udiva neppure il rumore del mare, mentre oltre il balcone la nebbia era così fitta da formare una cortina impenetrabile sia alle luci sia a qualsiasi segno tangibile di civiltà. Constance rabbrividì e voltandosi trovò Charlie accanto a lei. La abbracciò e la strinse a sé.

«Non ho per niente sonno. E tu?»

Constance annuì. «Cos’hai in mente?»

«Un giretto per la casa. Aspettiamo un quarto d’ora in modo che vadano tutti a letto.»

Nei minuti successivi scartabellò tra i fogli che aveva accumulato, studiò a lungo le piantine della casa, radunò gran parte dei fogli e li mise in una delle valigie che chiuse a chiave e nascose nuovamente nell’armadio. Constance si era rimessa le scarpe e aveva trovato una piccola torcia portatile. Charlie sistemò i fogli rimanenti, la maggior parte in una pila, gli altri sparsi qua e là, poi li guardò per un istante. Si voltò con un sospiro verso Constance che chinò la testa senza protestare. Charlie le strappò un capello, tornò alla scrivania, sollevò il primo foglio di carta, posò il capello biondo sopra il foglio successivo sul quale il capello sembrò quasi scomparire e ricoprì tutto con il primo foglio.

«Lo sapevi che i peli degli orsi polari sono cavi all’interno?» le chiese. «Sono trasparenti.»

«Dovresti lavorare con un orso polare» gli rispose amabilmente.

Charlie scosse la testa. «Hanno un brutto carattere e poi non sanno cucinare.»

Tolse la sedia dalla porta, spense le luci e uscirono nell’ampio corridoio che proseguiva curvando in entrambe le direzioni, mentre di fronte a loro risplendeva la vetrata che si affacciava sull’atrio. Charlie prese Constance per mano e la condusse vicino alla vetrata.

«Voglio verificare quanto siano visibili laggiù gli spostamenti di una persona» le disse a bassa voce indicando col mento la piscina e l’atrio in generale. «Tu resti qui a guardare mentre io mi sposto qua e là, d’accordo?»

Le sfiorò lievemente la guancia con le labbra e si allontanò. Dopo pochi passi sparì dietro al corridoio curvo e riapparve dall’altra parte della vetrata. Appena raggiunto il primo piano dell’atrio quasi istantaneamente scomparve di nuovo.

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