La lentezza di ogni movimento e l’assoluto silenzio resero quell’istante particolarmente solenne. L’Ares si allontanava alle sue spalle con spaventosa ineluttabilità. Lui stava sprofondando nello spazio, nello spazio vero, finalmente, e il suo unico legame con la vita era quel tenue filo che si dipanava dal suo fianco.

Tuttavia quell’esperienza, pur così nuova, gli risvegliò nella mente echi familiari.

La frizione del rocchetto arrestò il suo impulso quando la corda che lo legava a Bradley diede uno strattone. Si era quasi scordato il compagno. Bradley ora si stava allontanando a saetta dall’astronave grazie ai minuscoli razzi a gas situati alla base del suo scafandro, e si portava Gibson a rimorchio.

Gibson rimase letteralmente senza parole quando la voce dell’altro, ripercotendosi con eco metallica nel casco della sua tuta, sbriciolò il silenzio.

«Non mettere in moto i tuoi razzi a meno che non te lo dica io. Non dobbiamo acquistare velocità eccessiva, e dobbiamo stare attenti a non aggrovigliare i nostri due fili.»

«Va bene» disse Gibson, vagamente seccato di quell’intrusione nel suo sacrario privato. Si voltò a guardare la nave: era già a varie centinaia di metri di distanza, e stava rapidamente rimpicciolendo.

«Quanto cavo abbiamo a disposizione?» chiese con ansia. Ma non ebbe risposta e per un attimo fu colto da un lieve panico, poi si ricordò che doveva premere il pulsante di trasmissione.

«Un chilometro circa» fu la risposta di Bradley non appena Gibson ebbe ripetuto la domanda. «È più che sufficiente per godersi in santa pace un po’ di solitudine.»

«E se dovesse spezzarsi?» chiese Gibson in tono scherzoso, ma con una certa apprensione segreta.

«Non è possibile. Sopporterebbe tutto il tuo peso normale anche sulla Terra. E in ogni caso potremmo rientrare ugualmente grazie ai nostri razzi.»

«E se questi si esaurissero?»

«In tal caso non ti resterebbe che girare il commutatore dell’SOS e aspettare che qualcuno venga a prenderti. Ma dubito che in una simile circostanza si affretterebbero molto, perché chi fosse tanto stupido da cacciarsi in un guaio del genere non potrebbe certo pretendere molta comprensione.»

Ci fu uno strappo improvviso: erano arrivati alla fine del cavo. Bradley attutì il contraccolpo con i suoi razzi.

«Siamo parecchio lontani da casa, adesso» disse con la massima tranquillità.

A Gibson occorsero diversi secondi per individuare l’Ares. Si trovavano sul lato notturno dell’astronave e questa appariva quasi completamente in ombra: le sue sfere erano divenute due sottili mezzelune che avrebbero potuto benissimo essere scambiate per la Terra e la Luna viste da un milione di chilometri di distanza. La nave era adesso troppo piccola e fragile per poter essere ancora considerata un rifugio sicuro. Gibson era finalmente solo con le stelle. Le stelle erano così splendenti e così numerose che a tutta prima Gibson non riuscì a riconoscere nemmeno la costellazione più familiare. Ma ben presto individuò Marte, il corpo più luminoso nel cielo, dopo il Sole naturalmente, e riuscì a determinare il piano dell’eclittica. Adagio adagio, manovrando con estrema precauzione gli scoppi dei razzi a gas, si girò in maniera da avere grosso modo la testa verso la Stella Polare. Ecco che così era tornato diritto, a piedi in giù e testa in sù, e il disegno delle stelle era di nuovo facilmente riconoscibile.

Lentamente si fece strada verso lo Zodiaco, chiedendosi con meravigliato stupore quanti uomini nella storia avessero condiviso quella sua esperienza magica. Non era più possibile distinguere i pianeti dalle stelle a luce fissa, priva di qualsiasi tremolio, che rappresentava un riferimento tanto utile, anche se a volte assai pericoloso, per gli astronomi dilettanti. Gibson non tentò nemmeno di cercare la Terra o Venere, perché il bagliore del Sole l’avrebbe immediatamente folgorato se avesse osato volgere lo sguardo in quella direzione.

Gibson stava cercando Alpha del Centauro in mezzo alle costellazioni ignote dell’emisfero meridionale, quando vide qualcosa che per un attimo non riuscì a identificare. A una distanza incalcolabile un oggetto bianco, rettangolare, galleggiava sullo sfondo delle stelle. Questa almeno fu la sua prima impressione, ma quasi subito capì che il suo senso della prospettiva era sbagliato e che in realtà quello che vedeva era molto piccolo e si trovava a pochi metri da lui. Ma anche così gli ci volle un po’ di tempo per riconoscere quell’oggetto interplanetario per quello che era realmente: un normalissimo foglio di carta dattiloscritto che si rigirava lentissimamente nello spazio. Niente poteva essere più banale, e più inatteso.

Stupito, Gibson guardò a lungo l’oggetto prima di convincersi di non essere vittima di un’illusione ottica. Poi accese la trasmittente e si mise in comunicazione con Bradley.

L’altro non si mostrò affatto sorpreso.

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