Il gatto mannaro sbatté le palpebre pigramente. L'esistenza non dipende dalla conoscenza. Io non sapevo che tu esistessi finché non sei piombato in negozio a interrompere il mio sonnellino. Ma questo non significa che tu non fossi vero prima di svegliarmi.

Eragon si smarrì nel ragionamento.

M i dispiace di averti disturbato.

Mi sarei svegliato comunque, disse il gatto. Saltò sul bancone e si leccò una zampa. Se fossi in te, non continuerei a tenere in mano quella bacchetta. Fra qualche secondo ti fulminerà di nuovo.

Eragon si affrettò a rimetterla dove l'aveva trovata. Cos'è? Un manufatto comune e insignificante,

al contrario di me. A cosa serve?

Non l'hai capito da solo? Il gatto mannaro finì di pulirsi le zampe, si stiracchiò di nuovo, e con un balzo tornò nella sua cuccia sullo scaffale. Si accoccolò con le zampe sotto il petto e chiuse gli occhi, facendo le fusa.

Aspetta, disse Eragon. Come ti chiami?

Il gatto mannaro aprì uno degli occhi a mandorla. Ho molti nomi. Se vuoi sapere il mio vero nome, dovrai cercare da qualche altra parte. L'occhio si chiuse. Eragon si arrese e si volse per andarsene. Comunque, puoi chiamarmi Solembum.

Grazie, disse Eragon serio. Le fusa di Solembum si fecero più sonore.

La porta del negozio si aprì, lasciando entrare un fascio di luce. Comparve Angela, con una sacca di tela piena di piante. I suoi occhi fissarono Solembum per qualche istante e la sua espressione parve sconcertata. «Dice che vi siete parlati.»

«Anche tu puoi parlargli?» chiese Eragon.

La donna fece un gesto d'impazienza. «Naturale: solo che questo non sempre vuol dire che mi risponda.» Posò le piante sul bancone, poi lo aggirò e fronteggiò Eragon. «Gli sei simpatico. Ed è un fatto insolito. Solembum di solito non si fa nemmeno vedere dai clienti. Sai, dice che da qui a qualche anno ti dimostrerai una promessa.»

«Grazie.»

«È un gran complimento, detto da lui. Sei soltanto la terza persona che è entrata qui con cui ha parlato. La prima fu una donna, tanti anni fa; il secondo un mendicante cieco; e adesso tu. Ma non tengo un negozio solo per chiacchierare. Desideri qualcosa? O sei venuto solo a dare un'occhiata?» «Solo per un'occhiata» disse Eragon, pensando ancora al gatto marinaro. «Non credo che mi servano le erbe.»

«Non è l'unica cosa di cui mi occupo» disse Angela con un sorriso. «Gli stupidi riccastri mi pagano per avere pozioni d'amore e cose del genere. Non ho mai detto che funzionano, ma per qualche ragione quelli tornano sempre. Però non.credo che tu voglia quelle porcherie. Vuoi che ti predica il futuro? Faccio anche questo, per le stupide riccastre.»

Eragon scoppiò a ridere. «No, temo che il mio futuro sia imprevedibile. E non ho soldi.» Angela scoccò una strana occhiata a Solembum. «Credo...» Indicò la sfera di cristallo sul banco. «Questa è solo uno specchietto per le allodole, in realtà non serve a niente. Ma ho... Aspetta qui, torno subito.» E scomparve nel retrobottega.

Tornò trafelata con un sacchetto di pelle che posò sul banco. «Non le uso da tanto di quel tempo che mi ero quasi dimenticata dove le avevo messe. Adesso siediti qui davanti e ti mostrerò perché mi prendo tanto disturbo.» Eragon spostò uno sgabello e si sedette. Gli occhi di Solembum rosseggiavano dal buio spazio fra i cassetti.

Angela aprì il sacchetto e ne rovesciò il contenuto su di un pezzo di stoffa che aveva spiegato sul banco. Erano piccole ossa, poco più grandi di un dito, con incisi simboli e rune. «Queste» disse lei, sfiorandole con delicatezza. «sono ossa dì zampa di drago. Non chiedermi dove le ho prese, perché tanto non te lo dico. Al contrario delle foglie di té, delle sfere di cristallo, o anche dei tarocchi, possiedono un vero potere. Non mentono mai, anche se capire ciò che dicono è complicato. Se lo desideri, le lancerò per leggerti il futuro. Sappi però che conoscere il proprio destino può essere una cosa terribile. Devi essere sicuro della tua decisione.»

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