Quell’estate, a 85 dollari la settimana, ultimo nell’infinita serie dei miei strani lavori, facevo alcune ricerche per conto di un notissimo scrittore professionista che stava preparando un libro immenso sulle macchinazioni politiche legate alla fondazione dello stato di Israele. Per otto ore al giorno scartabellavo per lui le raccolte di antichi quotidiani nelle viscere della biblioteca alla Columbia. Toni era uno dei giovani curatori della casa editrice che avrebbe pubblicato il libro. La incontrai un pomeriggio di primavera nel lussuoso appartamento dello scrittore, sull’East End Avenue. Ero andato lì per consegnare un fascio di appunti sui discorsi di Harry Truman per le elezioni del 1948, e per caso c’era anche lei, che stava discutendo di alcuni tagli da fare ai primissimi capitoli. La sua bellezza mi colpì con violenza. Non ero stato con una donna da mesi. Automaticamente supposi che fosse l’amante dello scrittore — chiavare i redattori, mi era stato detto, è prassi consueta agli alti livelli della professione letteraria — ma immediatamente i miei istinti voyeuristici mi fornirono l’informazione richiesta. Sondai lui velocemente e scoprii che la sua mente era una fogna di concupiscenza frustrata nei riguardi della ragazza. La desiderava angosciosamente, mentre lei non lo desiderava affatto, era evidente. Subito dopo, frugai nella mente di lei. Penetrai dentro, in profondità, e mi ritrovai in un terreno caldo, ricco. Rapidamente mi orientai. Isolati frammenti di autobiografia mi bombardarono, incoerenti, non lineari; un divorzio, alcuni momenti di amore fisico, alcuni belli e alcuni brutti, i giorni del college, un viaggio ai Caraibi; tutto ondeggiava al solito modo, caotico. Oltrepassai quella zona, rapidamente e andai a cercare ciò che veniva dopo. No, non andava a letto con lo scrittore. Fisicamente egli significava zero assoluto, per lei. (Strano. A me sembrava un uomo attraente, una figura romantica e interessante, per quanto può giudicare queste cose un’anima tristemente eterosessuale come la mia). Appresi che a lei non piaceva neppure quello che lui scriveva. Poi, sempre rovistando, appresi qualcos’altro, che mi lasciò molto più stupito: a quanto sembrava, io le interessavo. Da lei venne, esplicito: "Mi piacerebbe sapere se questa notte è libero". Scrutò l’attempato ricercatore, un venerabile trentatreenne, che stava già diventando bruttino, e non lo trovò affatto repellente. Ne rimasi così scosso — la malìa dei suoi occhi scuri, la sensualità delle sue lunghe gambe, erano puntate contro di me - che mi ritrassi dalla sua mente in tutta fretta. — Ecco il materiale su Truman — dissi al mio principale. — La maggior parte proviene dalla biblioteca Truman nel Missouri. — Parlammo per alcuni minuti dell’incarico successivo che mi avrebbe affidato, quindi feci finta di andarmene. Un’occhiata di lei, rapida, circospetta.

— Aspetti — disse lei. — Scendiamo insieme. Qui ho quasi finito.

Il letterato mi lanciò un’occhiata d’invidia, velenosa. Oh Dio, è ancora cotto. Però ci salutò e si accomiatò da ambedue, civilmente. Nell’ascensore, mentre scendevamo, restammo ognuno per proprio conto, Toni in un angolo, io nell’altro, con una pencolante barriera di tensione e di ardente desiderio che ci separava e ci univa. Dovetti lottare per trattenermi dal leggerla; ero impaurito, atterrito, non di avere la risposta sbagliata, ma quella giusta. Anche per la strada restammo ognuno per proprio conto, un attimo di esitazione. Alla fine dissi che prendevo un tassi per andare a Upper West Side — io, un tassi, io con 85 dollari la settimana! — e chiesi se potevo lasciarla da qualche parte. Lei disse che viveva nella 105a, West End. Abbastanza vicina. Quando il tassi si fermò davanti a casa sua, mi invitò a salire per un drink. Tre stanze, ammobiliate con indifferenza: soprattutto libri, dischi, tappeti di piccole dimensioni, poster. Lei versò del vino per tutti e due e io l’afferrai e la feci girare e la baciai. Tremava, stretta a me; oppure ero io che stavo tremando?

Davanti a una scodella di zuppa bollente e piccante, al Gran Shanghai, quella stessa sera, un po’ più tardi, lei disse che doveva sloggiare di lì entro un paio di giorni. L’appartamento era del suo attuale compagno di stanza — un maschio — col quale aveva rotto proprio tre giorni prima. Non aveva un posto dove andare. — Sono riuscita soltanto a trovare una schifezza di stanza — disse — ma c’è un letto matrimoniale. — Un largo sorriso, malizioso, suo e mio. Così lei traslocò. Non pensavo che mi amasse, per niente, comunque non glielo chiesi. Anche se quello che lei provava per me non era amore, andava più che bene, meglio di quanto potessi sperare; e io, dentro di me, l’amavo. Le serviva un porto tranquillo per scampare alla tempesta. Io gliene offrivo uno. Se era soltanto questo che io significavo per lei, andava benissimo. Davvero. C’era tempo perché le cose maturassero.

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