Dormimmo molto poco, le nostre prime due settimane. Non che continuassimo a fare all’amore, benché non ci risparmiassimo. No.
Poi. la nostra terza settimana. La mia seconda occhiata furtiva dentro la sua mente. Una soffocante notte di giugno, con una luna piena che illuminava fredda la stanza, penetrando attraverso le stecche delle persiane. Lei era seduta su di me, a cavalcioni — la sua posizione preferita — e il suo corpo pallidissimo era vestito di una candida luminescenza in quella fantastica oscurità. La sua scarna figura si ergeva su di me, lontana. Il volto seminascosto nei capelli che cadevano disordinatamente. I suoi occhi erano chiusi. Le labbra molli. I seni, visti dal basso, sembravano anche più grossi di quel che erano. Cleopatra al chiar di luna. Stava vibrando, e aprendosi la strada verso la sua estasi personale. La sua bellezza e la sua estraneità mi sconvolsero al punto che non seppi trattenermi dall’osservarla al momento dell’orgasmo, dallo scrutarla a tutti i livelli, e fu così che aprii la barriera che avevo tanto scrupolosamente eretto, e, proprio mentre lei stava venendo, la mia mente allungò un dito curioso nella sua anima e captò l’irrompente vulcanica intensità del suo piacere. Non trovai nessun pensiero che mi riguardasse. Soltanto un parossismo animale, che esplodeva da ogni nervo. L’avevo visto in altre donne, prima e dopo Toni, al momento dell’orgasmo: sono isole, sperdute nel vuoto dello spazio, coscienti solo dei loro corpi e forse di quell’intrusiva rigida verga contro cui si spingono. Quando l’orgasmo arriva, appare come un fenomeno curiosamente impersonale, per quanto forte possa essere il suo urto. E così fu allora per Toni. Non potevo obiettare nulla; sapevo quello che dovevo aspettarmi e non mi sentivo né truffato né respinto. Di fatto l’unione della mia anima con la sua in quel grandioso momento servì a ritardare il mio orgasmo e a disturbarne l’intensità. E qui persi il contatto con lei. Gli sconvolgimenti dell’orgasmo spezzarono i fragili legami telepatici. Dopo mi sentii un po’ a disagio per aver spiato, senza, però, ritenermi troppo colpevole. Dopo tutto, era una grande magia poter essere con lei in quel momento. Toccare con mano la sua felicità, non solo gli spasmi inconsci dei suoi lombi, ma i guizzi di luce abbagliante che tagliavano l’oscuro pianoro della sua anima. Un attimo di pura bellezza e di stupore, uno sprazzo che non si può dimenticare. Che non si può neppure ripetere, però. Decisi, una volta di più, di conservare il nostro rapporto su un piano di pulizia e onestà. Di non approfittare più di lei, slealmente. Di restare fuori della sua mente per sempre.
Nonostante ciò, qualche settimana dopo mi ritrovai a rientrare per la terza volta nella coscienza di Toni. Per puro caso. Un dannato accidente abominevole. Ahimè! Quella terza volta!
Che sconquasso… che disastro…
Che catastrofe…
9
All’inizio della primavera del 1945, quando aveva dieci anni, i suoi cari genitori gli diedero una sorellina. Dissero esattamente così (sua madre, sbandierando il suo più caloroso falso-sorriso, e parlandogli nel suo migliore tono così-noi-parliamo-ai-bambini-intelligenti): — Papà e io abbiamo una stupenda sorpresa per te, David. Stiamo andandoti a prendere una sorellina.